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Lomello

Cenni storici

Situato sulla riva destra del torrente Agogna, il sito di Lomello [1] fu fondato circa otto secoli avanti Cristo dai Levi, una tribù appartenente all’antico popolo dei Liguri. Dal VI secolo il luogo fu occupato dai Celti [2] e successivamente dai Romani, come attestano numerosi reperti dell’epoca, conservati in gran parte nei musei archeologici di Vigevano e Gambolò e nei musei civici di Pavia [3]. Con la colonizzazione romana, l'importanza di Lomello crebbe grazie soprattutto alla sua posizione lungo la strada consolare che collegava “Ticinum” (Pavia) alla Gallie; l’antica “Laumellum”, infatti, era sede di una “mansio”, ossia di un punto di sosta e di ristoro per i viaggiatori [4]. Nel 590 d.C., il villaggio probabilmente fu il luogo del matrimonio della regina Teodolinda con Agilulfo, duca di Torino e futuro re dei Longobardi. Paolo Diacono, nella sua Historia Langobardorum, descrive l'incontro di questi due personaggi storici, avvenuto proprio nell'oppidum di Lomello, ma non dice dove si sposarono.  Un’altra cronaca longobarda, dovuta allo scrittore franco Fredegario, parla invece della vicenda della regina Gundiperga, figlia di Teodolinda, rinchiusa per ben tre anni in una torre della rocca di Lomello, con l’accusa di adulterio e poi liberata grazie al primo “Giudizio di Dio” celebrato in Italia. In quella circostanza, il prode Pitto partecipò al combattimento come campione della regina, sfidò a duello l’accusatore Adalulf e lo uccise, permettendo così a Gundiperga di venire scagionata [5]. Con l’arrivo dei Franchi, Lomello diventò sede di un comitato assegnato in feudo a Manfredo dei Signori di Mosezzo ed entrò a far parte della marca di Ivrea. Nel 990 divenne conte di Lomello Cuniberto, capostipite della potente famiglia dei conti palatini, che rappresentavano il potere imperiale in Italia nell’amministrazione della giustizia. Nel 1024, la città di Pavia ottenne l'indipendenza dagli imperatori tedeschi; i conti fuggirono allora da Pavia e si stabilirono nella rocca di Lomello, che elessero a loro residenza. Questo è il periodo in cui fu costruita la basilica di Santa Maria Maggiore. Nel 1155 l’esercito di Pavia cinse d’assedio Lomello, occupò la rocca e la distrusse. I conti palatini si dispersero in vari centri della Lomellina e diedero origine a nuove famiglie nobiliari, con molti possedimenti da loro controllati.    Nel 1174 i soldati del Barbarossa distrussero Lomello mentre marciavano verso Alessandria. Secondo lo storico Portalupi, la basilica, coinvolta nella distruzione, sarebbe stata ricostruita dallo stesso imperatore in base alla penitenza impostagli dal papa Alessandro III.  Agli inizi del XIII secoli, vi furono altri attacchi al borgo, questa volta da parte dei Milanesi. Riccardo Langosco, ultimo conte di Lomello, morì nel 1315 difendendo Pavia dall’assedio dei Visconti, che si impossessarono del suo contado. Dopo un breve dominio del marchese del Monferrato, Lomello ritornò sotto la signoria dei Visconti ed entrò a far parte del ducato di Milano. Nel 1450, Francesco Sforza, duca di Milano, diede Lomello in feudo alla famiglia Crivelli, che lo governò, tra vicissitudini varie, fino al 1737 [6]. Durante la dominazione spagnola, Lomello attraversò un periodo di grandi difficoltà, dovute alle imposizioni fiscali, alle pestilenze e alle carestie, che determinarono una riduzione drastica della popolazione.  Nel XVVIII secolo, il paese passò sotto il dominio dei duchi di Savoia e vi fu un lieve miglioramento delle condizioni economiche e sociali, anche se le ricchezze rimanevano concentrate nelle mani di poche famiglie.  Con l'avvento di Napoleone Bonaparte, Lomello subì notevoli cambiamenti per quanto riguarda l’assetto religioso e politico: furono soppressi i monasteri, trasferite altrove le suore e dissipati i benefici ecclesiastici. Lomello e la Lomellina furono aggregati al dipartimento dell'Agogna, con capoluogo Novara. Nel 1814 Napoleone fu sconfitto e imprigionato a Sant'Elena; ne seguì la Restaurazione, in base alla quale la zona passò nuovamente sotto il regno di Sardegna.  Le guerre di indipendenza nazionale lasciarono un segno anche a Lomello. Nel 1859 il generale Francesco Gyulay, comandante delle truppe austriache, pose il suo quartier generale nel borgo, alloggiando nell'ala nord del castello, ora sede del gerontocomio. Nel corso della stessa guerra, la Lomellina fu allagata dai suoi abitanti, nel tentativo di ostacolare l'avanzata austriaca. Fra coloro che combatterono per l’indipendenza d'Italia si ricorda il marchese Vitaliano Crivelli, nipote dei conti di Lomello e Dorno. Dopo l’unificazione dell’Italia, Lomello entrò a far parte della Provincia di Pavia. Cambiarono anche le circoscrizioni ecclesiastiche. Le chiese della Lomellina, sottratte al vescovo di Pavia, furono in gran parte aggregate alla diocesi di Vigevano. Dal 1908 al 1912 fu ampliato e ristrutturato il Palazzo comunale. La dimora in questione, situata in piazza della Repubblica, è ora sede di varie associazioni locali, mentre gli uffici comunali sono stati trasferiti in un’ala castello.   Oggigiorno il paese non ha più il ruolo di spicco che ha avuto in passato nell’ambito della vita della Lomellina; il suo prestigio, tuttavia, rimane intatto, grazie alla presenza di monumenti artistici dal valore inestimabile.

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Situato sulla riva destra del torrente Agogna, il sito di Lomello [1] fu fondato circa otto secoli avanti Cristo dai Levi, una tribù appartenente all’antico popolo dei Liguri. Dal VI secolo il luogo fu occupato dai Celti [2] e successivamente dai Romani, come attestano numerosi reperti dell’epoca, conservati in gran parte nei musei archeologici di Vigevano e Gambolò e nei musei civici di Pavia [3]. Con la colonizzazione romana, l'importanza di Lomello crebbe grazie soprattutto alla sua posizione lungo la strada consolare che collegava “Ticinum” (Pavia) alla Gallie; l’antica “Laumellum”, infatti, era sede di una “mansio”, ossia di un punto di sosta e di ristoro per i viaggiatori [4]. Nel 590 d.C., il villaggio probabilmente fu il luogo del matrimonio della regina Teodolinda con Agilulfo, duca di Torino e futuro re dei Longobardi. Paolo Diacono, nella sua Historia Langobardorum, descrive l'incontro di questi due personaggi storici, avvenuto proprio nell'oppidum di Lomello, ma non dice do...

  1. Secondo alcuni studiosi, il toponimo Lomello, in latino “Laumellum”, deriverebbe dalla forma “Lævorum mellum”, avente il significato di “cinta dei Levi”. Lo storico Capsoni sostiene, al riguardo, che la parola “mellum” indicava, in antico idioma, la fortificazione che attorniava l’abitato, mentre il Pollini ritiene che il termine “mell” corrispondesse a “villaggio” o “città”. L’Oliveri traduce invece il termine “mellum” come “collina”, facendo riferimento al dosso sul quale sorge il nucleo più antico del paese. Secondo il mortarese F. Moro, il nome Lomello deriverebbe dalla base gallo-etrusca “hlau” (o “læv”), indicante un terrazzo alluvionale e da “mell”, termine designante un villaggio a ridosso delle acque, caratteristiche che si riscontrano entrambe nel sito in questione. Il chierico Opicino de Canistris, nel XIV secolo, animato dallo spirito per l’allegoria e i simboli tipici del suo tempo, interpreta il toponimo come “piccolo lume”. Esiste infine un nome celtico tuttora in uso, “Lumllin”, che significa “palude scura”, termine che si può mettere in relazione agli acquitrini che in passato caratterizzavano la Lomellina. Cfr. A. Arecchi, Lomello, Pavia, Liutprand, 1998.

  2. Le principali necropoli celtiche rinvenute nel territorio di Lomello erano situate nei pressi della cascina San Giovanni Doria, sul terrazzo sinistro dell’Agogna (a due km di distanza circa dall’abitato, nel tratto compresa tra Lomello e Ferrera Erbognone) e nella parte terminale dell’attuale via Caldera, in località “alle Brelle”.

  3. Tre vasetti in bucchero padano, conservati nella sezione archeologica dei musei civici di Pavia, testimoniano che gli antichi abitanti di Lomello, nei secoli VI e V a. C., avevano contatti commerciali con il mondo etrusco, favoriti dalla presenza di una via d’acqua e da piste terrestri che nei secoli successivi sarebbero state trasformate in itinerari stradali ben strutturati. Cfr. R. Invernizzi in AA.VV, La basilica di Santa Maria Maggiore di Lomello: l’architettura e il ciclo decorativo in stucco. Ricerche, restauro e valorizzazione (a cura di P. M. De Marchi e M. Palazzo), Firenze, Edifir - Edizioni Firenze, 2014.

  4. Nel 1893, a Lomello, furono rinvenuti alcuni tratti della strada romana, che passava nei pressi della basilica di S. Maria Maggiore. Un tronco della strada si dirigeva verso la porta delle mura tardo-antiche scoperte a Villa Maria (proprietà Carla Nicala) durante la campagna di scavi del 1984, condotta dalle Università di Lancaster e di Pavia. A testimonianza della strada romana furono trovati anche due rocchi di colonne miliari, uno dedicato all'imperatore Antonino Pio Augusto (138-161 d.C.) e l'altro a Magnenzio Augusto (351-353 d.C.). I frammenti sono conservati presso il Museo di Antichità di Torino. G. F. Magenta, Lomello nella storia, Vigevano, Tipografia artigiana, 4° edizione, 2007.

  5. I popoli germanici risolvevano le contese giudiziarie attraverso un combattimento tra i contendenti o i loro campioni: si riteneva che l'esito del duello, condotto secondo precisi rituali, non dipendesse tanto dal valore dei combattenti, quanto dal giudizio di Dio, che premiava colui che era nel giusto.

  6. Agli inizi del Cinquecento, con la sconfitta di Ludovico il Moro da parte dei Francesi, i Crivelli furono costretti, per un certo periodo, alla fuga.

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Il battistero di San Giovanni ad Fontes

Il battistero di San Giovanni ad Fontes, situato a lato della basilica di Santa Maria Maggiore, fu costruito tra il V e il VI secolo e fu rifatto, nella parte superiore, in epoche successive.  L’edificio ha la pianta a croce latina e due porte d'ingresso: quella a occidente, larga quanto il braccio, congiunge il battistero con il cortile della canonica; quella a settentrione, di dimensioni più piccole, rende più veloce l'ingresso alla basilica attraverso un portale aperto nel fianco sud della stessa. I bracci della croce sono raccordati da grandi nicchie estradossate, a ferro di cavallo.  Il centro architettonico dell’edificio è costituito da un corpo ottagonale sul quale si imposta la cupola, costruita con materiale di recupero probabilmente nel X sec. Sulla cupola si aprono otto piccole finestre (una per lato), con arco a tutto sesto, fiancheggiate esternamente da nicchie a timpano. Sulla sommità svetta una “lanterna” [1] ornata da monofore e bifore, la cui costruzione è forse coeva alla basilica (XI secolo). All’interno dell’edificio si trova il fonte battesimale, a forma di esagono irregolare (forma insolita in questa zona d’Italia), con l'asse centrale spostato rispetto a quello della cupola. La vasca, larga circa due metri, presenta resti dell’antica decorazione a losanghe rosse e fasce grigio-azzurre; tra le losanghe è rimasta una iscrizione "in Re...", mentre sul pozzetto semicilindrico che conteneva l’acqua santa vi è una croce color cinabro con la scritta “piscina”. Questo tipo di vasca serviva, probabilmente, per il rito battesimale per aspersione. Sulla parete del braccio sud del battistero si intravedono invece i resti di una decorazione a velario. Nella nicchia semicircolare di sud-est, infine, ci sono parti della pavimentazione ad "opus sectile" [2], in uso nella tarda antichità e nel primo medioevo.  Quello di Lomello è uno dei pochi battisteri medievali ancora presenti in Lomellina.

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Il battistero di San Giovanni ad Fontes, situato a lato della basilica di Santa Maria Maggiore, fu costruito tra il V e il VI secolo e fu rifatto, nella parte superiore, in epoche successive.  L’edificio ha la pianta a croce latina e due porte d'ingresso: quella a occidente, larga quanto il braccio, congiunge il battistero con il cortile della canonica; quella a settentrione, di dimensioni più piccole, rende più veloce l'ingresso alla basilica attraverso un portale aperto nel fianco sud della stessa. I bracci della croce sono raccordati da grandi nicchie estradossate, a ferro di cavallo.  Il centro architettonico dell’edificio è costituito da un corpo ottagonale sul quale si imposta la cupola, costruita con materiale di recupero probabilmente nel X sec. Sulla cupola si aprono otto piccole finestre (una per lato), con arco a tutto sesto, fiancheggiate esternamente da nicchie a timpano. Sulla sommità svetta una “lanterna” [1] ornata da monofore e bifore, la cui costruzione è forse coeva ...

  1. Tale elemento architettonico, seppur comunemente definito “lanterna”, ha solo una funzione statica e decorativa, in quanto non convoglia la luce all’interno dell’edificio.

  2. Si tratta di piccole piastrelle esagonali e romboidali connesse tra loro in modo irregolare.

Esterno Basilica di Santa Maria Maggiore e del battistero di San Giovanni ad Fontes

Esterno Basilica di Santa Maria Maggiore e del battistero di San Giovanni ad Fontes, visto dal cortile della canonica

Interno del battistero con frammenti della decorazione a velario

Esterno Basilica di Santa Maria Maggiore e del battistero di San Giovanni ad Fontes

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La basilica di Santa Maria Maggiore (chiesa giubilare A.D. 2000)

La basilica di S. Maria Maggiore, più volte rimaneggiata nel corso del tempo, fu costruita a partire dal 1024, con l’arrivo dei conti palatini a Lomello.  La facciata più esterna, parzialmente in rovina, poggia su un tratto delle mura tardo-antiche e conserva, nelle partiture, la base dell’antico campanile (l’attuale risale invece agli inizi del XIX secolo). Essa è ornata da un arco cieco, due lesene laterali e cinque finestre con arco a tutto sesto. Passando attraverso un'apertura del sec. XVIII, praticata nella cinta muraria, ci si trova fra i resti delle prime tre campate della chiesa, facenti parte dell’edificio protoromanico andato distrutto [1]. Dopo pochi passi si arriva davanti ad un’altra “facciata” (si tratta, in sostanza, di un muro di tamponamento innalzato lungo la navata principale), eretta nel sec. XVIII, nella quale si notano l'arco trasversale della navata maggiore e, sopra di esso, le bifore. L’attuale ingresso alla basilica è stato ricavato in questa nuova facciata, mentre in precedenza era situato lungo il lato nord dell’edificio, nel tratto attualmente scoperchiato. La basilica ha una pianta a croce latina, con tre navate e un transetto lievemente sporgente. Le navate laterali sono asimmetriche: la posizione dei pilastri e delle colonne di una navata, infatti, non corrisponde alla posizione dei pilastri e delle colonne opposte e le campate sono diverse tra loro per forma e dimensione. Imponente è l'arco trionfale del presbiterio, sopra il quale si aprono due finestrelle rotonde; sotto l'arco, nella parete che scende fino al catino dell'abside, vi sono altri due oculi che illuminano la chiesa. Il catino dell'abside maggiore, non allineato alla navata principale, presenta dipinti degli inizi del 1900. L'altare maggiore, in stile neoclassico, è del 1791. Dietro di esso vi è una scala che conduce alla cripta sottostante. Un tempo, la navata principale della basilica era decorata da una teoria di santi guerrieri in stucco, poi rimossi in seguito a restauri; attualmente, l'unica figura rimasta, acefala, è quella che si intravede sulla parete meridionale della navata centrale, tra l'arco trionfale e la prima monofora da est. Altri stucchi, facenti parte dell’apparato decorativo originario, sono ora conservati nel museo allestito nella vecchia canonica, poggiata al lato sud della basilica.  All'esterno, il sistema decorativo dei fianchi della chiesa è costituito da lesene che racchiudono monofore a doppia strombatura e gruppi di archetti pensili. Girando attorno all'abside centrale si possono ammirare le nicchie a forno, che indicano il carattere proto-romanico dell'abside stessa. Nello spazio compreso tra la basilica e il battistero, infine, sono state rinvenute sepolture di epoca diversa.  La basilica di S. Maria Maggiore è conosciuta anche come la “chiesa del diavolo. Secondo una leggenda popolare, la chiesa sarebbe stata distrutta dal maligno, costretto poi da un angelo del Signore a riedificarla nottetempo; il diavolo lavorò febbrilmente per tutta la notte, ma allo spuntar dell’alba dovette fuggir via, lasciando il lavoro incompiuto. Così la tradizione popolare spiega le anomalie della costruzione, che pare non presenti nemmeno un angolo retto.

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La basilica di S. Maria Maggiore, più volte rimaneggiata nel corso del tempo, fu costruita a partire dal 1024, con l’arrivo dei conti palatini a Lomello.  La facciata più esterna, parzialmente in rovina, poggia su un tratto delle mura tardo-antiche e conserva, nelle partiture, la base dell’antico campanile (l’attuale risale invece agli inizi del XIX secolo). Essa è ornata da un arco cieco, due lesene laterali e cinque finestre con arco a tutto sesto. Passando attraverso un'apertura del sec. XVIII, praticata nella cinta muraria, ci si trova fra i resti delle prime tre campate della chiesa, facenti parte dell’edificio protoromanico andato distrutto [1]. Dopo pochi passi si arriva davanti ad un’altra “facciata” (si tratta, in sostanza, di un muro di tamponamento innalzato lungo la navata principale), eretta nel sec. XVIII, nella quale si notano l'arco trasversale della navata maggiore e, sopra di esso, le bifore. L’attuale ingresso alla basilica è stato ricavato in questa nuova facciata, ...

  1. Non è possibile stabilire quando e perché fu distrutta questa parte della basilica, poiché mancano documenti in merito. Il Nigra accenna al terremoto che nel 1117 danneggiò molte chiese in Lombardia e in altre zone dell’Italia settentrionale; altri studiosi ritengono invece che la basilica sia stata distrutta tra il 1140 e 1155, nel corso di eventi bellici.

Esterno Basilica di Santa Maria Maggiore e del battistero di San Giovanni ad Fontes

Esterno Basilica di Santa Maria Maggiore

Reperto che si ipotizza proveniente da una lastra sepolcrale (D. JOS. CAPRA Dominus Joseph o Josephus Capra)

Esterno Basilica di Santa Maria Maggiore e del battistero di San Giovanni ad Fontes

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Il museo degli stucchi

Il museo degli stucchi, allestito nei locali della canonica della basilica, contiene una raccolta di frammenti altomedievali, restaurati in anni recenti, che decoravano S. Maria Maggiore all’epoca della sua costruzione. Gli stucchi erano stati rovinati, nel corso del tempo, da superfetazioni barocche e dall’ultimo restauro della chiesa, avvenuto intorno alla metà del secolo scorso. Le figure dei santi e le cornici fitomorfe, non più ricollocabili in situ, hanno trovato ora nel museo un allestimento che li valorizza e che li conserva per le generazioni future.   La basilica, il museo e il battistero sono aperti al pubblico sono in alcuni periodi dell’anno, pertanto, per una visita, è consigliabile contattare preventivamente la Parrocchia o la Pro Loco.

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Il museo degli stucchi, allestito nei locali della canonica della basilica, contiene una raccolta di frammenti altomedievali, restaurati in anni recenti, che decoravano S. Maria Maggiore all’epoca della sua costruzione. Gli stucchi erano stati rovinati, nel corso del tempo, da superfetazioni barocche e dall’ultimo restauro della chiesa, avvenuto intorno alla metà del secolo scorso. Le figure dei santi e le cornici fitomorfe, non più ricollocabili in situ, hanno trovato ora nel museo un allestimento che li valorizza e che li conserva per le generazioni future.   La basilica, il museo e il battistero sono aperti al pubblico sono in alcuni periodi dell’anno, pertanto, per una visita, è consigliabile contattare preventivamente la Parrocchia o la Pro Loco.

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Frammenti del santo guerriero facente parte dell'apparato decorativo originario della Basilica

Frammento della figura clipeata facente parte dell'apparato decorativo originario della Basilica

Mobile "scrigno" con i frammenti degli stucchi

Frammenti del santo guerriero facente parte dell'apparato decorativo originario della Basilica

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La chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo

Rimaneggiata nel corso del tempo, la chiesa di S. Michele ha una facciata barocca che nasconde un vero e proprio gioiello dell’architettura romanica lombarda. L’edificio, risalente al secolo XII, ha una pianta a croce latina e uno splendido tiburio ottagonale, ornato esternamente da due loggette cieche sovrapposte, con trifore e quadrifore.  L'interno è a tre navate. In una formella in cotto, murata nella parete della navatella di destra, si legge la scritta seguente: "1121 S. Michael". L’iscrizione, graffita, potrebbe indicare l’anno di fondazione della chiesa o della sua consacrazione.  Sulle pareti delle navate laterali e nel coro vi sono tracce di affreschi di epoca medievale, tra cui “l’orante”, raffigurante un uomo genuflesso in preghiera.  Nella cappella della Croce, alla sinistra dell’abside, è murata una piastrella in cotto, incisa in latino medievale, di cui si riporta la traduzione: "Qui giace il corpo del Reverendo Guglielmo De Grossis, francese della città di Sant'Egidio (Saint Gilles), il quale donò alla presente chiesa il legno della Santa Croce. Morì il 4 maggio 1370. Il nipote Guido pose". Secondo i fedeli del tempo, il frammento della croce, donato dal papa Urbano V al De Grossis nel corso di un pellegrinaggio a Roma, proteggeva i raccolti e difendeva dalle calamità naturali, per questo veniva esposto in chiesa in caso di necessità e di pericolo. La festa del paese, la seconda domenica di maggio, è tuttora dedicata alla reliquia della S. Croce.

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Rimaneggiata nel corso del tempo, la chiesa di S. Michele ha una facciata barocca che nasconde un vero e proprio gioiello dell’architettura romanica lombarda. L’edificio, risalente al secolo XII, ha una pianta a croce latina e uno splendido tiburio ottagonale, ornato esternamente da due loggette cieche sovrapposte, con trifore e quadrifore.  L'interno è a tre navate. In una formella in cotto, murata nella parete della navatella di destra, si legge la scritta seguente: "1121 S. Michael". L’iscrizione, graffita, potrebbe indicare l’anno di fondazione della chiesa o della sua consacrazione.  Sulle pareti delle navate laterali e nel coro vi sono tracce di affreschi di epoca medievale, tra cui “l’orante”, raffigurante un uomo genuflesso in preghiera.  Nella cappella della Croce, alla sinistra dell’abside, è murata una piastrella in cotto, incisa in latino medievale, di cui si riporta la traduzione: "Qui giace il corpo del Reverendo Guglielmo De Grossis, francese della città di Sant'Egidio (...

San Michele - La facciata barocca

Cleristorio, tiburio e campanile della chiesa di San Michele, visti dal cortile della canonica

Piastrella in cotto, incisa in latino medievale, dedicata a Guglielmo de Grossis

San Michele - La facciata barocca

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La chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano

La fondazione della chiesa, situata al centro del paese, risale al 1524. Essa fu costruita dal popolo di Lomello in voto alla Vergine e venne intitolata ai Santi Rocco e Sebastiano, a cui si chiedeva protezione dal morbo della peste. Dopo la terribile epidemia del 1630, vi fu un ampliamento dell’oratorio originario, come attesta la parte più alta dell’edificio, a navata unica, compresa tra l’ingresso e l’altare; la parte più antica corrisponde invece al coro, situato nel corpo di fabbrica più basso e contraddistinto esternamente dal motivo ornamentale di mensoline a “T”, visibile sotto la gronda.  Sul lato nord della chiesa si eleva la torre campanaria e sullo stesso fronte si notano i resti della costruzione del forno della Comunità, come risulta dal catasto del 1759.  S. Rocco è stata la sede della confraternita del Santissimo Sacramento [1], venuta meno degli anni Settanta del secolo scorso, periodo in cui la chiesa è stata sconsacrata ed è diventata di proprietà comunale.   Messo in sicurezza in anni recenti, l’edificio viene ora utilizzato come spazio espositivo e come sede per concerti; per visitarlo è necessario contattare il Comune.

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La fondazione della chiesa, situata al centro del paese, risale al 1524. Essa fu costruita dal popolo di Lomello in voto alla Vergine e venne intitolata ai Santi Rocco e Sebastiano, a cui si chiedeva protezione dal morbo della peste. Dopo la terribile epidemia del 1630, vi fu un ampliamento dell’oratorio originario, come attesta la parte più alta dell’edificio, a navata unica, compresa tra l’ingresso e l’altare; la parte più antica corrisponde invece al coro, situato nel corpo di fabbrica più basso e contraddistinto esternamente dal motivo ornamentale di mensoline a “T”, visibile sotto la gronda.  Sul lato nord della chiesa si eleva la torre campanaria e sullo stesso fronte si notano i resti della costruzione del forno della Comunità, come risulta dal catasto del 1759.  S. Rocco è stata la sede della confraternita del Santissimo Sacramento [1], venuta meno degli anni Settanta del secolo scorso, periodo in cui la chiesa è stata sconsacrata ed è diventata di proprietà comunale.   Messo i...

  1. La confraternita, ufficialmente denominata “del Santissimo Sacramento”, è stata sempre chiamata, comunemente, “di San Rocco” o “dei Batü”.

Facciata

Vista dalla piazza antistante

In senso orario: controfacciata, facciata "by night", panoramica e particolare dell'affresco sulla parete di fondo del coro

Facciata

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Il monastero e la chiesa di Santa Maria in Galilea

Situato nei pressi della chiesa di S. Michele, il monastero di Santa Maria in Galilea fu fondato presumibilmente nel XII secolo [1]. Esso ospitava le suore benedettine della congregazione vallombrosana, che aveva molti possedimenti terrieri a Lomello e nei dintorni e che godeva di svariate rendite. Nel 1463 si verificò una tragedia che sconvolse la comunità delle religiose: la madre badessa, infatti, fu rinvenuta cadavere nella peschiera del convento. Varie furono le ipotesi del decesso: si parlò di disgrazia, di suicidio e, infine, di delitto. Fu incolpato, a tal riguardo, un certo “frate Nigro”, arrestato dal Podestà di Lomello e consegnato alle autorità ecclesiastiche. In seguito, intervenne il generale dell’ordine vallombrosano per metter fine alla dissoluzione morale e religiosa del monastero, dove le regole della clausura non erano state di certo osservate. Soppresso nel 1810 in seguito alle leggi napoleoniche, il monastero è stato adibito ad uso civile e ha subito diverse trasformazioni che ne hanno alterato la struttura.  La facciata della chiesa annessa al convento [2], seppur manomessa nel corso del tempo, presenta ancora gli elementi ornamentali che incorniciano il portale: si tratta di due colonne sovrastate da un timpano in arenaria. Anche il corpo longitudinale dell’edificio conserva l’antica decorazione: nel sottogronda, infatti, si possono tuttora ammirare gli archetti pensili intrecciati che impreziosiscono la trama muraria.

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Situato nei pressi della chiesa di S. Michele, il monastero di Santa Maria in Galilea fu fondato presumibilmente nel XII secolo [1]. Esso ospitava le suore benedettine della congregazione vallombrosana, che aveva molti possedimenti terrieri a Lomello e nei dintorni e che godeva di svariate rendite. Nel 1463 si verificò una tragedia che sconvolse la comunità delle religiose: la madre badessa, infatti, fu rinvenuta cadavere nella peschiera del convento. Varie furono le ipotesi del decesso: si parlò di disgrazia, di suicidio e, infine, di delitto. Fu incolpato, a tal riguardo, un certo “frate Nigro”, arrestato dal Podestà di Lomello e consegnato alle autorità ecclesiastiche. In seguito, intervenne il generale dell’ordine vallombrosano per metter fine alla dissoluzione morale e religiosa del monastero, dove le regole della clausura non erano state di certo osservate. Soppresso nel 1810 in seguito alle leggi napoleoniche, il monastero è stato adibito ad uso civile e ha subito diverse trasfo...

  1. Il più antico documento che ricorda il monastero di Santa Maria in Galilea è del 1375; in esso si parla di terre, edifici e giurisdizioni che il monastero aveva già da lungo tempo, per cui la sua esistenza era già più che secolare.

  2. La chiesa fu rifatta agli inizi del Quattrocento per volontà dell’abate Eliseo Confalonieri. In un documento del 1576 viene descritta “in volta ben ornata con tre altari”.

La facciata della chiesa di Santa Maria in Galilea

La facciata della chiesa di Santa Maria in Galilea

Corso d'acqua nei pressi del monastero di Santa Maria in Galilea

La facciata della chiesa di Santa Maria in Galilea

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Il monastero e la chiesa di Sant'Agata

Il complesso religioso di Sant’Agata si trova nel settore meridionale di Lomello, al di fuori della cinta urbica antica. Secondo la tradizione popolare, il monastero sarebbe stato fondato dalla regina Teodolinda, ma questa credenza non ha trovato, sinora, alcun fondamento storico. Risalire al momento preciso della fondazione del monastero non è facile, tuttavia si può affermare che esso esisteva già nel XII secolo, essendo menzionato in un documento dell’epoca a proposito di una lite tra il vescovo di Lodi e l’abate di Percipiano (o Precipitano, località della diocesi di Tortona) per il possesso del monastero stesso, che aveva beni e rendite in varie zone della Lomellina e a Bassignana. Nel 1174 il complesso religioso fu affidato al vescovo di Lodi e rimase sotto tale giurisdizione fino agli inizi del XVII secolo, quando venne concesso al vescovo di Pavia per decreto pontificio. La struttura ha ospitato, per secoli, le suore benedettine della congregazione cassinese, che godevano del diritto di passaggio in battello attraverso l’Agogna prima della costruzione del ponte in legno (1). A metà Settecento nel monastero vi erano ben trentaquattro religiose, quattro educande, quattro servi, il fattore e un cappellano residente. Il convento era dotato di un orto, della foresteria, della casa e della corte del fattore, oltre che della chiesa. Soppresso probabilmente durante il periodo napoleonico, il monastero ha perso la sua originaria funzione ed è stato riadattato ad abitazione privata, mentre la chiesa, sconsacrata, è diventata il laboratorio e deposito di un falegname (2). Nel corso del tempo la chiesa di Sant’Agata ha subito svariati rimaneggiamenti che ne hanno modificato la struttura originaria. L’edificio attuale si presenta come un’aula unica, a pianta rettangolare, sormontata da una volta cupoliforme. La facciata, a capanna, decorata con mattoni dentellati, è caratterizzata da un portale cieco timpanato che richiama le forme della chiesa di Santa Maria in Galilea ed è ascrivibile all’epoca rinascimentale; l’ingresso laterale su via Mentana risale invece al Settecento. Tratti delle antiche mura romaniche sono tuttora presenti nella parte superiore del fianco meridionale dell’edificio. Il paramento murario è stato realizzato a spinapesce, con l’impiego di mattoni romani e materiale vario di recupero. L’utilizzo di tale tecnica costruttiva, presente anche nella basilica di Santa Maria Maggiore, lascia supporre che la chiesa di Sant’Agata sia stata costruita entro la fine dell’undicesimo secolo (3). La storia del convento è legata a una figura femminile di tutto rispetto, Caterina Assandra, vissuta nel XVII secolo. Di nobile famiglia pavese, la Assandra si dedicò con profitto agli studi musicali. Fu allieva di Benedetto Re, maestro della cappella musicale del duomo di Pavia e si cimentò nella composizione strumentale. Nel 1609 pubblicò una raccolta di 18 mottetti a due e tre voci per organo e altri strumenti, dal titolo Caterina Assandra pavese, opera seconda, da lei dedicata al vescovo di Pavia. Sempre nel 1609, la Assandra entrò nel monastero di Sant’Agata (da poco passato sotto la giurisdizione della diocesi di Pavia) e da allora non si annoverano più pubblicazioni. Si suppone, comunque, che la giovane abbia continuato la sua attività artistica, dato che nei conventi si praticava lo studio del canto e della musica sacra. Alla suora musicista, le cui opere furono apprezzate soprattutto in Germania e in Polonia, è stata intitolata la scuola primaria del paese (4).

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Il complesso religioso di Sant’Agata si trova nel settore meridionale di Lomello, al di fuori della cinta urbica antica. Secondo la tradizione popolare, il monastero sarebbe stato fondato dalla regina Teodolinda, ma questa credenza non ha trovato, sinora, alcun fondamento storico. Risalire al momento preciso della fondazione del monastero non è facile, tuttavia si può affermare che esso esisteva già nel XII secolo, essendo menzionato in un documento dell’epoca a proposito di una lite tra il vescovo di Lodi e l’abate di Percipiano (o Precipitano, località della diocesi di Tortona) per il possesso del monastero stesso, che aveva beni e rendite in varie zone della Lomellina e a Bassignana. Nel 1174 il complesso religioso fu affidato al vescovo di Lodi e rimase sotto tale giurisdizione fino agli inizi del XVII secolo, quando venne concesso al vescovo di Pavia per decreto pontificio. La struttura ha ospitato, per secoli, le suore benedettine della congregazione cassinese, che godevano del d...

  1. Prima della costruzione del ponte sull'Agogna da parte della provincia di Lomellina, durante la guerra di successione austriaca, si attraversava il fiume in barca pagando una somma alle suore di S. Agata, che gestivano il servizio di traghettamento. Con la costruzione del ponte, il monastero fece ricorso al Sovrano per chiedere di rimuovere il ponte e di sostituirvi "la nave" o conservarlo ed esigere, in entrambi i casi, il pagamento del pedaggio. Dopo un complesso iter amministrativo si decise che i proventi del pedaggio fossero divisi tra il monastero e la provincia di Lomellina. Cfr. Magenta G. F., Lomello nella storia, Vigevano, Tipografia artigiana, 4° edizione, 2007.        

  2. C. Silva, Guida alle chiese di Lomello, Gropello C., Tipografia Litomil, 2009.

  3. Politecnico di Milano, Facoltà di architettura, Corso di storia dell’architettura, II annualità, Il Monastero di Sant’Agata a Lomello. Docenti: Prof C.  Perogalli, Prof C. Calderini; studenti: M. Daffunchio, F. Furia, E. Regalzi.

  4. Ben diversa è la vicenda di donna Clara de Ferrari o de Ferrariis, che nel 1559 fu espulsa dal monastero di Sant’Agata per la sua condotta dissoluta. Molte furono le lettere indirizzate a Carlo Borromeo in cui si parlava della suddetta monaca, che fu motivo di imbarazzo per le autorità ecclesiastiche del tempo. L’allontanamento forzato della suora non fu l’unico evento clamoroso accaduto nel monastero. In atti pubblici del vescovado di Lodi, infatti, si cita un certo canonico Magnetto, che frequentava il convento di Sant’Agata e che avrebbe avuto una figlia da una delle monache lì ospitate. Cfr. Torriani G., Prinelli G., Alessandro, il Magno dei conti di Dorno e Lomello, Melegnano, Gemini Grafica Editrice, 2020.

Chiesa di Sant'Agata

Particolare della facciata: timpano decorato da cornice con mattoni dentellati

Lanterna sovrastante la cappella laterale

Chiesa di Sant'Agata

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Il castello

Nel 1449 Francesco Sforza, duca di Milano, diede in feudo Lomello e Dorno al conte Antonio Crivelli, in cambio della resa della fortezza di Pizzighettone da lui presidiata.  Il Crivelli iniziò l’opera di ricostruzione del castello [1] – una rocca di epoca viscontea, distrutta nel 1407 dalle armate guidate da Facino Cane che volevano sottomettere la Lomellina - cingendolo con un fossato e dotandolo di una torre con ponte levatoio. Nei pressi della rocca scorreva una roggia, le cui acque erano utilizzate, in parte, per riempire la peschiera del maniero.  I successori del conte continuarono l’opera di ristrutturazione e abbellimento dell’edificio, adeguandolo alle eleganti dimore di campagna possedute dalle famiglie nobili milanesi nel contado.  Si ha notizia, al riguardo, che il cardinale Alessandro Crivelli, nipote di Antonio, nel 1549 pagò centosettanta lire imperiali per marmi e colonne trasportati da Stradella a Lomello: si tratta, con molta probabilità, delle colonne che sostengono le arcate del loggiato situato nel cortile dell’ala sud del castello, loggiato che immetteva in un ambiente di rappresentanza dove il cardinale poteva lavorare e ricevere visite. Al cardinale di devono anche molte decorazioni pittoriche presenti nel castello. Estintisi i Crivelli di Lomello, la proprietà passò ai Corini. Nel 1923 l'avv. Angelo Corini lasciò il maniero, come legato, al gerontocomio locale da lui stesso fondato. Nel 1948 una parte castello diventò sede del Comune e lo è tuttora.  Al piano rialzato, nell’ala occupata dagli uffici comunali, vi sono due sale ornate da affreschi di notevole interesse.  Nella prima stanza è rappresentato un ciclo profano. Nella volta è raffigurata una figura femminile, la musa Urania, che tiene in mano una sfera celeste e un compasso, strumenti specifici utilizzati per i calcoli astronomici.  La musa è inserita in un ottagono ai cui lati sono indicati i nomi dei venti, rappresentati da teste di puttini in atto di soffiare. Ai lati dell’ottagono, che costituisce una rosa dei venti perfettamente orientata, sono raffigurate le stagioni con i relativi segni zodiacali. Nelle lunette laterali sono illustrati i lavori dei campi praticati dai contadini nei vari mesi dell’anno, affiancati dagli svaghi dei nobili: la lettura, la musica, la caccia e il gioco. Gli affreschi sono di autore anonimo del 1500 e seguono la maniera dei pittori fiamminghi. Il paesaggio che si intravede sullo sfondo non è quello di Lomello, ma di una zona collinare; i costumi dei personaggi e gli edifici rappresentati, inoltre, sono di tipo nordico. Nella seconda sala, nella volta, è illustrato il Paradiso secondo la descrizione di Dante, con i Cieli, i Beati e la Trinità. La Terra è posta al centro dell’universo, secondo i dettami della teoria tolemaica; le lunette laterali sono decorate invece con scene della vita e del martirio di Santa Caterina di Alessandria d’Egitto. Questa sala, forse, era una cappella privata del cardinale Crivelli. Altri affreschi, oltre a quelli descritti, sono presenti qua e là in varie parti del castello.  L’apparato decorativo del maniero è ancora in fase di studio, pertanto i dati qui esposti potrebbero essere a breve aggiornati e integrati. In una sala al piano superiore è conservato un mosaico romano di epoca imperiale, rinvenuto casualmente nel 1969, a Lomello, in via Gallerina. L’opera, che costituiva il pavimento di una casa patrizia, rappresenta la testa di una gorgone, figura mitologica che aveva una funzione apotropaica. Il mosaico presenta anche motivi geometrici e simboli antichissimi legati al culto del Sole. La sala consiliare contiene una raccolta di opere del pittore mortarese Silvio Santagostino (1884 - 1971), donate dai familiari dell’artista all’Amministrazione Comunale. La raccolta consiste in una serie di paesaggi e di ritratti. Per visitare il castello, sede degli uffici comunali, è necessario contattare la Pro Loco, le cui guide sono state autorizzate dall’Amministrazione ad accompagnare i turisti all’interno dei locali.

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Nel 1449 Francesco Sforza, duca di Milano, diede in feudo Lomello e Dorno al conte Antonio Crivelli, in cambio della resa della fortezza di Pizzighettone da lui presidiata.  Il Crivelli iniziò l’opera di ricostruzione del castello [1] – una rocca di epoca viscontea, distrutta nel 1407 dalle armate guidate da Facino Cane che volevano sottomettere la Lomellina - cingendolo con un fossato e dotandolo di una torre con ponte levatoio. Nei pressi della rocca scorreva una roggia, le cui acque erano utilizzate, in parte, per riempire la peschiera del maniero.  I successori del conte continuarono l’opera di ristrutturazione e abbellimento dell’edificio, adeguandolo alle eleganti dimore di campagna possedute dalle famiglie nobili milanesi nel contado.  Si ha notizia, al riguardo, che il cardinale Alessandro Crivelli, nipote di Antonio, nel 1549 pagò centosettanta lire imperiali per marmi e colonne trasportati da Stradella a Lomello: si tratta, con molta probabilità, delle colonne che sostengono ...

  1. La presenza di una rocca, a Lomello, è attestata già in epoca longobarda. Probabilmente essa si trovava nella parte più alta del paese, sul dosso dove sorge la basilica. La rocca fu ricostruita dopo la distruzione operata dai Franchi nel 773 e per due secoli ospitò i conti palatini. Nuovamente distrutta dai Pavesi nel 1155, essa fu riedificata ai piedi del dosso. In un documento del 1375 è menzionato il “castello nuovo” di Lomello, che verrà distrutto, agli inizi del Quattrocento, dalle truppe di Facino Cane. Il castello attuale è frutto degli interventi attuati a più riprese dalla famiglia Crivelli e dai successivi proprietari del castello.

Veduta esterna

Veduta esterna

Sala dei mesi: lunetta del mese di Aprile (foto scattata da Gemma Torriani / Gabriele Prinelli)

Veduta esterna

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La cinta viscontea

Le case che sorgono intorno a S. Maria Maggiore poggiano sui resti della cinta medievale che arriva fino al castello. La cinta fu costruita dall’ingegnere Giacomo Abranelli nel 1381, per volontà Gian Galeazzo Visconti. Scendendo dal dosso su cui si trova la basilica e muovendosi in direzione nord, si può ammirare una magnifica torre d’angolo trecentesca, ora adibita ad abitazione privata. Dai piedi del dosso si vede anche il retro delle case che fiancheggiano la basilica, adornato con motivo a dente di sega, tipico del periodo visconteo-sforzesco.

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Le case che sorgono intorno a S. Maria Maggiore poggiano sui resti della cinta medievale che arriva fino al castello. La cinta fu costruita dall’ingegnere Giacomo Abranelli nel 1381, per volontà Gian Galeazzo Visconti. Scendendo dal dosso su cui si trova la basilica e muovendosi in direzione nord, si può ammirare una magnifica torre d’angolo trecentesca, ora adibita ad abitazione privata. Dai piedi del dosso si vede anche il retro delle case che fiancheggiano la basilica, adornato con motivo a dente di sega, tipico del periodo visconteo-sforzesco.

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La cinta viscontea

Torre d'angolo della cinta viscontea

Trama muraria con mattoni disposti a dente di sega

La cinta viscontea

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La fermata del "tranvai"

Sulla facciata di un edificio in via G. Matteotti n. 6, è dipinta un’insegna che ricorda l’esistenza della fermata del tram [1], un mezzo di trasporto comunemente chiamato dalla gente “Gamba de legn” a causa dell’andatura traballante. Costruita nel 1863, la tramvia facilitava i collegamenti tra i vari paesi della Lomellina. La linea passante per Lomello raggiungeva Ottobiano, dove si biforcava: qui un ramo proseguiva per Mortara via S. Giorgio e l’altro raggiungeva Vigevano via Tromello. I tram di allora utilizzavano l’energia del vapore e la loro velocità era di circa 20 km/h. All’interno delle vetture vi erano due panche di legno, poste longitudinalmente, dove i dove i passeggeri potevano sedersi. Nel 1929, lo scontro tra due vetture nei pressi di Gambolò ha avuto come conseguenza vari morti e feriti. Tra le vittime dell’incidente si annoverano alcune persone di Lomello.  Il servizio di trasporto della tramvia è continuato fin verso la metà degli anni Trenta del secolo scorso, per poi essere sostituito da mezzi più moderni.

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Sulla facciata di un edificio in via G. Matteotti n. 6, è dipinta un’insegna che ricorda l’esistenza della fermata del tram [1], un mezzo di trasporto comunemente chiamato dalla gente “Gamba de legn” a causa dell’andatura traballante. Costruita nel 1863, la tramvia facilitava i collegamenti tra i vari paesi della Lomellina. La linea passante per Lomello raggiungeva Ottobiano, dove si biforcava: qui un ramo proseguiva per Mortara via S. Giorgio e l’altro raggiungeva Vigevano via Tromello. I tram di allora utilizzavano l’energia del vapore e la loro velocità era di circa 20 km/h. All’interno delle vetture vi erano due panche di legno, poste longitudinalmente, dove i dove i passeggeri potevano sedersi. Nel 1929, lo scontro tra due vetture nei pressi di Gambolò ha avuto come conseguenza vari morti e feriti. Tra le vittime dell’incidente si annoverano alcune persone di Lomello.  Il servizio di trasporto della tramvia è continuato fin verso la metà degli anni Trenta del secolo scorso, per po...

  1. La fermata di Lomello si trovava in corrispondenza del “Caffè del tram”, ora sostituito da un negozio di mobili, mentre in un vialetto di fianco alla strada c’erano gli scambi per un binario morto che consentiva la sosta del veicolo. 

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La zona archeologica

Ai piedi del dosso, in direzione nord-est, si trova un’area archeologica di notevole interesse, in cui sono stati rinvenuti un tratto di massicciata stradale di epoca romana, resti delle fortificazioni tardo-antiche e una porta d’ingresso alla cinta muraria. L’area, al momento, è chiusa al pubblico.

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Ai piedi del dosso, in direzione nord-est, si trova un’area archeologica di notevole interesse, in cui sono stati rinvenuti un tratto di massicciata stradale di epoca romana, resti delle fortificazioni tardo-antiche e una porta d’ingresso alla cinta muraria. L’area, al momento, è chiusa al pubblico.

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Eventi

Da molti anni a questa parte a Lomello si svolgono sagre ed eventi vari che fanno ormai parte della tradizione. Tra questi si ricordano: (A) La sagra patronale (secondo weekend di maggio), legata alla reliquia della Santa Croce, portata a fine Trecento a Lomello da Guglielmo de Grossi, vescovo di Saint Gilles, nel suo viaggio di ritorno da Roma. (B) Laumellum: la Grande Festa Longobarda per le Nozze di Teodolinda (terzo weekend di giugno), rievocazione storica dell’incontro tra la regina Teodolinda e Agilulfo, duca di Torino, avvenuto nel 590 nel castrum di Lomello. Nei tre giorni dedicati alla festa, il borgo si immerge nel passato e offre ai visitatori veri e propri spaccati di vita d’antan. Il programma, alquanto corposo, comprende conferenze a carattere storico, visite guidate, sfilate in costume, rappresentazioni teatrali e animazioni varie, combattimenti tra armigeri, giochi d’epoca, mercato in stile medioevale con artigiani al lavoro, cena a base di pietanze preparate e servite secondo i dettami di antichi ricettari, celebrazione della messa in latino e molto altro. (C) La Sagra dal Strachìn (ultima settimana di agosto, solitamente venerdì, sabato e domenica). Pare che un tempo Lomello fosse luogo di stagionatura del gorgonzola (in dialetto, “strachìn”), formaggio che diventa il protagonista di una festa gastronomica di tutto rispetto, grazie alla maestria delle cuoche del posto. (D) La macchina del tempo (ultimo sabato di ottobre), un viaggio a ritroso nei secoli, in tre periodi diversi della storia di Lomello, aventi come attori Teodolinda, regina dei Longobardi (VI sec. d.C.); Ottone, conte palatino e conte di Lomello (XI sec.); Alessandro Crivelli, conte di Dorno e di Lomello (XVI sec.). Per l’occasione, le guide turistiche della Pro Loco, in abito d’epoca, accompagnano i turisti in visita ai monumenti legati ai personaggi storici summenzionati, attraverso un percorso che comprende anche musiche, fiaccolate e degustazioni culinarie. I programmi degli eventi sono consultabili sul sito del Comune di Lomello e sulla pagina Facebook della Pro Loco (il collegamento alla pagina è disponibile nella sezione "Link e Contatti".

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Da molti anni a questa parte a Lomello si svolgono sagre ed eventi vari che fanno ormai parte della tradizione. Tra questi si ricordano: (A) La sagra patronale (secondo weekend di maggio), legata alla reliquia della Santa Croce, portata a fine Trecento a Lomello da Guglielmo de Grossi, vescovo di Saint Gilles, nel suo viaggio di ritorno da Roma. (B) Laumellum: la Grande Festa Longobarda per le Nozze di Teodolinda (terzo weekend di giugno), rievocazione storica dell’incontro tra la regina Teodolinda e Agilulfo, duca di Torino, avvenuto nel 590 nel castrum di Lomello. Nei tre giorni dedicati alla festa, il borgo si immerge nel passato e offre ai visitatori veri e propri spaccati di vita d’antan. Il programma, alquanto corposo, comprende conferenze a carattere storico, visite guidate, sfilate in costume, rappresentazioni teatrali e animazioni varie, combattimenti tra armigeri, giochi d’epoca, mercato in stile medioevale con artigiani al lavoro, cena a base di pietanze preparate e servite secondo i dettami di antichi ricettari, celebrazione della messa in latino e molto altro. (C) La Sagra dal Strachìn (ultima settimana di agosto, solitamente venerdì, sabato e domenica). Pare che un tempo Lomello fosse luogo di stagionatura del gorgonzola (in dialetto, “strachìn”), formaggio che diventa il protagonista di una festa gastronomica di tutto rispetto, grazie alla maestria delle cuoche del posto. (D) La macchina del tempo (ultimo sabato di ottobre), un viaggio a ritroso nei secoli, in tre periodi diversi della storia di Lomello, aventi come attori Teodolinda, regina dei Longobardi (VI sec. d.C.); Ottone, conte palatino e conte di Lomello (XI sec.); Alessandro Crivelli, conte di Dorno e di Lomello (XVI sec.). Per l’occasione, le guide turistiche della Pro Loco, in abito d’epoca, accompagnano i turisti in visita ai monumenti legati ai personaggi storici summenzionati, attraverso un percorso che comprende anche musiche, fiaccolate e degustazioni culinarie. I programmi degli eventi sono consultabili sul sito del Comune di Lomello e sulla pagina Facebook della Pro Loco (il collegamento alla pagina è disponibile nella sezione "Link e Contatti".

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Bibliografia

Elenco di testi e/o siti internet di riferimento:

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Elenco di testi e/o siti internet di riferimento:

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  • AA.VV., La basilica di Santa Maria Maggiore di Lomello: l’architettura e il ciclo decorativo in stucco. Ricerche, restauro e valorizzazione (a cura di P. M. De Marchi e M. Palazzo), Firenze, Edifir - Edizioni Firenze, 2014.

  • AA.VV., Lomellina romanica. Primo censimento sulle emergenze romaniche presenti nel territorio lomellino, a cura di “Italia nostra, sezione Lomellina”, Arké Edizioni, 2005.

  • AA.VV., Lomello. La pieve di D. Maria Maggiore e il restauro degli stucchi, Edizioni Et, Milano, 2007 ©Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Lombardia.

  • Arecchi A., Lomello, Pavia, Liutprand, 1998.

  • Campari C., A. Mor Stabilini, Lomello. Cent’anni di storia locale. 1850 – 1950, Pieve del Cairo, Arti grafiche “La cittadella”, 1981.

  • Castelli G., “Le stanze del cardinale”, in “Viglevanum”, a cura della Società storica vigevanese, anno XIII, marzo 2003.

  • Magenta G. F., Lomello nella storia, Vigevano, Tipografia artigiana, 4° edizione, 2007.

  • Magenta G.F., T. Magenta, San Rocco e Lomello, Vigevano, Tipografia artigiana, 2007.

  • Papetti G., L'insigne Reliquia della Santa Croce in San Michele di Lomello, Cilavegna, Edizioni Tipografia Commerciale, 1982.

  • Silva C., Guida alle chiese di Lomello, Gropello Cairoli, Tipografia Litomil, 2009.

  • Vilardi M., Antiche dimore. Il Paradiso sulla volta del castello di Lomello, in Oltre, bimestrale di cultura, ambiente e turismo, anno XIX, n. 110, Marzo-Aprile 2008.

  • G. Torriani - G. Prinelli, Alessandro, il Magno dei Conti Crivelli di Dorno e di Lomello, Melegnano, Gemini Grafica Editrice, 1° edizione marzo 2020.

  • Politecnico di Milano, Facoltà di architettura, Corso di storia dell’architettura, II annualità, Il Monastero di Sant’Agata a Lomello. Docenti Prof C.  Perogalli, Prof C. Calderini; studenti: M. Daffunchio, F. Furia, E. Regalzi.

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